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FINANZA

La disciplina ci ha evitato guai peggiori

di Marco Liera

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27 DICEMBRE 2008

U n tempo c'erano i crash di Borsa e quelli valutari. Solo caso per caso si poteva dire quali fossero i più gravi. Quel che è peggio è che le due tipologie di cataclisma finanziario potevano anche colpire simultaneamente lo stesso mercato di riferimento, con effetti dirompenti: basterà ricordare cosa è successo in Italia negli anni 70, quando le azioni vennero travolte dalla crisi economica, le obbligazioni si deprezzarono per il violento rialzo dei tassi, e tutte le attività in lire si svalutarono contro le monete forti. I dieci anni che l'euro sta per compiere sono stati, come era nelle attese, un periodo di grande stabilità valutaria per i Paesi che l'hanno adottato. Ma anche di inusitata volatilità borsistica. Difficile dire se i due fenomeni siano collegati. Se cioè gli eccessi comportamentali che caratterizzano periodicamente i mercati, trovando un limite insuperabile nella rigida disciplina monetaria, abbiano trovato il principale sfogo sui listini azionari, ampliando la gamma e la frequenza delle oscillazioni.

L' obiettivo di stabilità dei prezzi al centro della politica della Bce e di altre Banche centrali ha dato sì luogo a un lungo periodo di bassa inflazione, pur in presenza di crescita economica a rischio di surriscaldamento per la spinta dei Paesi emergenti. Ma al tempo stesso ha generato effetti indesiderati sulle Borse, quindi sulle aspettative di crescita economica, a volte raffreddandole bruscamente, a volte cercando tardivamente di riaccenderle. La Bce alzò i tassi il 3 luglio scorso dal 4 al 4,25% allo scopo, disse il presidente JeanClaude Trichet, di «ancorare le aspettative di inflazione a medio e lungo termine in linea con la stabilità dei prezzi». Di fronte alle rimostranze dei Governi europei, per nulla convinti della necessità di una stretta monetaria quando la stessa Bce riconosceva segnali di rallentamento dell'economia, Trichet ribadì con fermezza che la stabilità dei prezzi «non è in contraddizione con una crescita sostenibile».

Sembra passato un secolo. Nel frattempo, i mercati azionari sono crollati del 31% (indice Euro Stoxx), e la Bce ha dovuto affrettarsi a tagliare il tasso- chiave, portandolo all'attuale 2,5%. La crescita economica si è volatilizzata, lasciando il posto a tre trimestri consecutivi di flessione. Per i primi mesi del 2009 si teme una contrazione del 2 percento.

Gli eventi del 2008 insegneranno molto anche ai banchieri centrali. Ma sarebbe ingiusto giudicare l'utilità della disciplina monetaria solamente alla luce di quanto accaduto quest'anno. L'appartenenza alla moneta unica ha evitato guai peggiori soprattutto ai Paesi periferici. Tralasciando qualsiasi iperbole, come quella che disegnava per l'Italia un futuro «stile Argentina» se non avesse aderito all'euro (dimenticando che da noi la ricchezza privata è abbondante e prevalentemente residente), basta ricordare cosa sarebbe successo all'Irlanda attanagliata dalla crisi se non fosse stata dentro l'euro (suggerimento: guardate cosa è accaduto all'Islanda). E gli aiuti che l'Ungheria e la Polonia, Paesi extra-euro, hanno ottenuto a Francoforte. Anche all'Italia il rigore monetario ha giovato, vista la tradizionale indisciplina che la caratterizza, frutto di una politica ancora ostaggio di interessi particolari. Gli investitori in reddito fisso hanno beneficiato nel decennio di una rivalutazione reale dei risparmi denominati in euro. Se per le Borse è stato disastroso, non così è andata a chi ha investito in titoli di Stato, che hanno reso il 4,7% annualizzato lordo contro il 2,2% di inflazione media. È ignoto come saranno i prossimi dieci anni: ma se le Banche centrali e i Governi avranno imparato essere meno arroccati sui propri dogmi da una parte, e al tempo stesso meno accondiscendenti nei confronti dei ricorrenti eccessi della finanza, potranno rivelarsi sorprendentemente buoni.

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